FALSI MAESTRI E FALSE BATTAGLIE

PERCHÈ IL REDDITO MINIMO GARANTITO DESTRUTTURA LE ORGANIZZAZIONI E LE LOTTE DEI LAVORATORI [Intervento all’Assemblea nazionale lavoratori e lavoratrici –Torino, 2 aprile 2016]

 

FUL_logoCompagni, in questi tempi difficili, noi abbiamo il dovere di restare in piedi; lo sappiamo,  intorno a noi sembrano esserci solo macerie,  macerie materiali, umane, sociali e culturali, le macerie dello sfruttamento capitalistico e delle guerre imperialiste, le macerie derivate dal collasso delle organizzazioni dei lavoratori che, sole, si sono da sempre opposte alle devastazioni padronali.

Alcuni inguaribili anticomunisti pensano di potersi prendere gioco di noi etichettandoci come nostalgici che tentano di rimettere insieme i cocci di un passato glorioso e importante che non c’è più. Ma noi, le lavoratrici e i lavoratori comunisti più di chiunque altro sappiamo che questo non  è il tempo della nostalgia: siamo qui perché vogliamo imparare da quelle grandi e storiche esperienze e da esse trarre la forza per le nostre lotte. Sappiamo che i lavoratori hanno già vinto, e più di una volta, pur partendo da situazioni ancora più ostiche e arretrate di quelle in cui ci troviamo noi a lottare. La stessa ultima esperienza di lotta delle compagne e dei compagni di Termoli, lucidamente e coraggiosamente guidate dalla compagna Fantauzzi, stanno a dimostrare che gli operai possono realizzare alcune significative vittorie anche nei livelli più aspri dello scontro di classe.

Ancora oggi, con tutte le differenze contingenti che possiamo ammettere, l’organizzazione mondiale capitalistica unifica gerarchicamente i lavoratori e tutto l’edificio mondiale dell’imperialismo poggia, oggi più di ieri, sulla grande industria. I numeri parlano chiaro. Per questo ancora oggi il fulcro della lotta universale contro il capitalismo e contro l’imperialismo è la lotta del proletariato. È la classe operaia che deve guidare le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici, ed è la classe operaia che, facendosi guida delle altre classi di sfruttati, potrà fare ancora oggi la rivoluzione.

Perché questa apparentemente strana e scontata premessa? Perché così scontata forse non lo è nemmeno qua dentro. Per noi lavoratori la militanza comunista non è un titolo accademico, un orpello di cui vantarsi o un tappeto rosso su cui sfilare; per noi è sudore e fatica, è coerenza e coraggio, è sangue e calci in faccia ogni giorno, fin dentro le nostre case.

Sappiamo che nella nostra lotta abbiamo una sola arma: l’organizzazione, e organizzazione sono, ciascuno con i propri compiti e la propria indipendenza, il partito comunista e il sindacato di classe. Pensare di superare le attuali debolezze del movimento dei lavoratori sovrapponendo i piani sindacato – partito, fino a farli coincidere persino nelle competizioni elettorali borghesi, è indice quantomeno di una scarsa chiarezza mentale ancora prima che ideologica, per non dire di un insano opportunismo.  Perché se il capitale è anarchia, il proletariato è organizzazione.

Noi sappiamo,  i comunisti lo sanno fin dalle tesi di Roma del 1922, che le organizzazioni dei lavoratori, in particolare l’organizzazione sindacale in quanto embrione dello stato operaio nello stato borghese, può essere subita solo transitoriamente dal regime capitalista; esso infatti potrà anche ritenerla utile in determinate circostanze: “Al fine di disgregare l’organizzazione, il capitalismo non ha mai lasciato nulla di intentato per corrompere e assumere ai propri servigi gli elementi operai che attraverso l’attività sindacale si sono distinti per capacità e per intelligenza. Impedire che dal seno della massa operaia scaturisca un ceto dirigente autonomo, decapitare periodicamente la classe operaia, ricacciandola nell’indistinto e nel caos, è un aspetto della lotta del capitalismo contro il proletariato” .

Dobbiamo stare molto attenti, quindi: non ripartiamo da zero, abbiamo una storia, una storia di lotte e di successi; ma anche una storia di tradimenti, di falsi maestri e di false battaglie. E ciò che non possiamo fare, anche in una durissima fase di arretramento tattico, è girarsi e camminare in senso inverso, ripercorrendo a ritroso strade che il socialismo scientifico ha storicamente battuto.

Oggi questi falsi maestri ci parlano di moltitudine, impero, operai sociali, conflitto sociale, democrazia web, e, diciamolo una volta per tutte, referendum, e anziché mantenere al centro la classe operaia, si fanno volontariamente contaminare dalle teorie economiche borghesi. Non solo: è borghese anche la comoda rappresentazione del conflitto sociale che fa da contraltare all’incapacità di agire la lotta di classe nei luoghi di lavoro.

I deviazionisti di sinistra, più subdoli e insidiosi di quelli di destra perché a differenza di questi ultimi hanno completamente rimosso il riferimento al mondo del lavoro, si annidano un po’ ovunque nel confuso e drammatico panorama politico e sociale italiano: movimenti, associazioni, reti, sindacati metropolitani e carovane rischiano di spingere anche il movimento dei lavoratori in una direzione pericolosa e autolesionista, distogliendolo dalla battaglia centrale per il lavoro e per il salario minimo e spingendolo verso la falsa battaglia del reddito di cittadinanza e del reddito minimo garantito. Una battaglia che per il movimento operaio e per la lotta stessa tutta intera contro il capitale rappresenta un gravissimo errore strategico perché funzionale agli obbiettivi delle organizzazioni padronali volte a tenere basse le retribuzioni, sgretolare e indebolire le organizzazioni dei lavoratori, impedire la nascita di un sindacato di classe e creare un ceto di sottoproletari dipendenti per la propria sussistenza dal potere politico borghese. L’essenza delle varie proposte di reddito di cittadinanza/reddito minimo garantito consiste nel non togliere ai padroni (sottraendo quote ai processi di accumulazione del capitale) per garantire il salario a fronte di lavoro certo, non precarizzato e contrattualizzato, bensì togliere ai proletari tramite la fiscalità generale, per garantire sacche di sottoproletariato passivo.  Chi a sinistra, e tra questi qualcuno si definisce pure comunista (la rete dei comunisti, per fare un esempio) sostiene queste forme di assistenzialismo, ha messo Marx in soffitta, evitando di aggredire il capitale proprio al cuore della sua essenza, ovvero il processo di appropriazione del plusvalore prodotto dal lavoratore.

È un dato di fatto inoltre che 1) lo smantellamento delle forme di salario minimo (così come erano state conquistate in Italia negli anni ’70 dal movimento operaio) quali la cassa integrazione guadagni, la mobilità, etc.; 2) l’introduzione di forme varie di lavoro flessibile (dal pacchetto Treu, alla Legge Biagi al Jobs Act) e di lavoro flessibile mascherato e sottopagato (lavori socialmente utili, lavori di pubblica utilità, falso volontariato, voucher, vari progetti regionali come i bros, etc.) e 3) le campagne per l’istituzione del reddito di cittadinanza e/o del rmg, siano contemporanei e paralleli, segnando un progressivo spostamento dell’intervento pubblico dalla creazione di lavoro all’assistenzialismo, nelle sue varie forme. Anche la questione della pensione di reversibilità rientra in questa tendenza. È comprensibile che il capitale e chi ne esprime gli interessi nei parlamenti borghesi abbiano questa mira; è però incomprensibile e inaccettabile che questo possa essere anche l’obbiettivo dei lavoratori e delle loro organizzazioni: se noi spostiamo sempre più la risoluzione degli squilibri generati dal capitalismo verso la fiscalità generale, e quindi carichiamo solo le spalle dei lavoratori del problema delle diseguaglianze, lasciando intatti, anzi, facendoli crescere sempre di più, i profitti, non colpiremo mai il cuore del sistema.

Dobbiamo avere il coraggio di demolire anche l’altro falso mito della sinistra italiana, quella bandiera che Landini va sventolando con tanta secumera: il modello tedesco di flessibilità: in cosa consisterebbe, secondo questi geni, l’avanzamento dei diritti dei lavoratori, il miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro, nell’essere retribuiti con salari diversi per le stesse mansioni?

Nella lotta per l’avanzamento dei diritti dei lavoratori, il sindacato di classe organizza i lavoratori, organizza il conflitto vero e concreto nei luoghi di lavoro, contro lo sfruttamento e per conquistare forme estese di salario minimo garantito per tutti i lavoratori, occupati, non più occupati e non ancora occupati.

Invece, nella lotta per la conquista del potere, il partito comunista può certo porsi, ma solo come obbiettivo tattico, la difesa dei livelli minimi di sussistenza, che è cosa ben diversa sia dalla concessione del diritto astratto al reddito di cittadinanza, che, come tutti i diritti individuali astratti, può non garantire la reale sussistenza, sia dall’elargizione di una prebenda come appunto il reddito minimo; ma l’obbiettivo del partito comunista deve essere chiaro e dichiarato: l’organizzazione dell’avanguardia della classe operaia per la conquista del potere e la collettivizzazione dei mezzi di produzione nell’organizzazione economica socialista.

Di fronte a ciò che vediamo tutti i giorni, il socialismo non è l’utopia; la vera utopia è pensare che il capitalismo sia riformabile: o la trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o la comune rovina delle classi in lotta…perché noi non vogliamo la luna, noi ce l’andiamo a prendere!

Barbara Mangiapane, Sindacato Generale di Base Toscana